Arte

a cura di Luciana De Maria

La nascita della Cappella
E’ l’8 giugno 1608 quando Monsignor Fabio Maranta benedice la prima pietra della nuova Cappella del Tesoro di San Gennaro.
Il progetto fu realizzato dall’architetto teatino Francesco Grimaldi, già conosciuto per aver progettato S. Maria Maggiore, La Sapienza, S. Maria degli Angeli e i Santi Apostoli; la Cappella di San Gennaro doveva seguire fedelmente i canoni dell’architettura barocca: pianta a croce greca, continua ricerca della centralità.
Tra il 1639 e il 1640, per dare il “benvenuto” a coloro che entravano nella Cappella, furono realizzate, dal noto scultore Giuliano Finelli, due statue in marmo raffiguranti rispettivamente i santi Pietro e Paolo, così da sottolineare la dipendenza della Cappella dalla Santa Sede.

Il cancello
50Sul cancello d’ingresso si legge un’iscrizione che, tradotta dal latino, recita: “A S. Gennaro, al cittadino salvatore della patria, Napoli salvata dalla fame, dalla guerra, dalla peste e dal fuoco del Vesuvio in virtù del suo sangue prodigioso”.
La storia del maestoso cancello, è stata particolarmente complessa; l’inizio della sua costruzione avviene nel 1630 quando Cosimo Fanzago, scultore e architetto, ne consegnò alla Deputazione il disegno.
L’esecuzione del lavoro fu affidata ad Orazio Scoppa e Biagio Monte che avrebbero dovuto consegnare l’opera in ottone entro i successivi due anni; nel 1632, però, il cancello non era pronto. Ai due artisti furono concessi altri due anni e poi altri due, fin quando, nel 1638, la Deputazione non agì legalmente contro i due.
Nel 1640, il Cav. Fanzago sbloccò la situazione con la collaborazione degli ottonai Giacinto De Paola, Giovanni Mazzuolo, Bartolomeo Martinelli, Tommaso de Fusco e Gennaro Monte, figlio del più noto Biagio, che consentirono il felice completamento dell’opera.
Sempre Gennaro Monte, inoltre, nel 1665 consegnò alla Cappella i due busti di S. Gennaro da collocare sulla cima del cancello (San Gennaro bifronte), eseguiti su modello in creta dello stesso Fanzago.

Gli interni
La creazione della decorazione interna parte nel 1616, quando la Deputazione, per realizzare l’affresco della cupola, convocò l’artista romano Giuseppe Cesari, il quale, però, dopo soli due mesi, lasciò Napoli perché stanco del popolo che lo vedeva come uno “straniero”.5
Al Cesari subentrò nel 1620 Guido Reni che, dopo pochi mesi, in seguito ad un attentato intimidatorio, abbandonò la Città.
Trascorsero altri tre anni, finché la Deputazione, nel 1623, affidò a Fabrizio Santafede, con la collaborazione del bolognese Francesco Gessi, la prosecuzione dell’opera. Dopo cinque anni, morto il Santafede, la Deputazione bandì un concorso aperto a tutti i pittori.
Data l’importanza e il prestigio del lavoro, molti pittori, tra cui Belisario Corenzio e Simone Papa, presentarono il loro progetto. A spuntarla su tutti fu, nel 1630, il bolognese Domenico Zampieri, al secolo: “Domenichino”. Fra le clausole del suo contratto, la più importante fu quella che gli faceva divieto di prendere altri impegni durante il suo lavoro in Cappella; ma in cambio, così come confermato da Gian Pietro Bellori, egli sarebbe stato trattato dalla Deputazione con “nobili conditioni”.

Gli affreschi e i dipinti
Nel 1638 il Domenichino iniziava la sua opera nella Cappella del Tesoro.
In dieci anni egli dipinse 25 episodi della vita di San Gennaro: tredici brani nei quattro sottarchi, tre lunettoni, i quattro pennacchi della cupola e cinque rami. Probabilmente l’artista, nel rievocare le storie di Santo Patrono di Napoli, si ispirò alla “Vita” del Santo raccontata da Paolo Regio.55
Nei quattro pennacchi “raccontò”: il voto fatto dai napoletani nel 1527 per la costruzione della nuova Cappella; l’incontro di S. Gennaro con Cristo nella gloria celeste; la mediazione di Maria Immacolata presso il Divin Figlio; il patrocinio dei Santi Gennaro, Agrippino e Agnello Abate.
L’artista fu autore anche di cinque dei sei quadri (olio su rame) che sormontano gli altari laterali. Questi raffigurano: “Infermi e derelitti accorrono al sepolcro di San Gennaro, invocando il suo Patrocinio”; “San Gennaro risuscita un giovane e la madre corre ad abbracciarlo”; “una Pia donna prende l’olio dalla lampada che arde innanzi al Santo, per la guarigione di storpi e ciechi”; “La decapitazione di San Gennaro”; “Infermi invocano grazie al Santo”.
RIBERA dettaglioIl sesto dipinto è invece opera di Giuseppe de Ribera, detto “lo Spagnoletto”, e raffigura “San Gennaro illeso nella fornace ardente”.
C’è da dire che neanche la presenza del Domenichino, però, fu gradita ai Napoletani, soprattutto quando, l’artista, per svolgere il suo lavoro, fece distruggere le cose dipinte dal Battistello Caracciolo e Belisario Corenzio.
L’improvvisa morte del Domenichino, nel 1641, costrinse la Deputazione a trovare immediatamente un degno sostituto per finire la decorazione interna. In soli due giorni si ottenne l’adesione per il completamento della cupola da parte di Giovanni Lanfranco, già famoso per la cupola del Gesù Nuovo, per gli affreschi della Certosa di S. Martino e per quella della chiesa dei Santi Apostoli.
Nella cupola della Cappella di S. Gennaro l’artista raffigurò il Paradiso, opera ricca di figure al centro della quale appariva l’Eterno Padre; e nel primo cerchio il Cristo benedicente e S. Gennaro, mentre intercede per la città di Napoli.
Le immagini raffigurate dal Domenichino e da Lanfranco rappresentano una così meravigliosa fusione di fede e arte, da rendere gli affreschi della Cappella famosi in tutto il mondo.

Le sculture
61 Nel 1613, Tommaso Montani e Giandomenico Monterosso, avevano ricevuto dalla Deputazione l’incarico di fondere in bronzo quattro statue: S. Gennaro, S. Atanasio, S. Agnello e S. Tommaso d’Aquino. Nel 1620 erano pronte le prime due, più una terza, ad integrazione del progetto iniziale: S. Aspreno. Di queste, la più importante, quella di S. Gennaro, restò sull’altar maggiore finché, nel 1645, non fu sostituita dal S. Gennaro, in stile berniniano, di Giuliano Finelli.
Lo stesso Finelli nel 1638 aveva stipulato un contratto con la Cappella nel quale si impegnava a realizzare nel corso dei successivi quattro anni, ben diciassette statue (ridotte poi a quattordici e infine a tredici) e cioè S. Gennaro più dodici compatroni: S. Aspreno, S. Agnello, S. Tommaso d’Aquino, S. Severo, S. Atanasio, S. Agrippino, S. Eufebio, S. Andrea Avellino, S. Giacomo della Marca, S. Patrizia, S, Francesco di Paola, S. Candida e S. Biagio. Oltre a queste Finelli fu di certo l’autore di S. Domenico e, insieme a Domenico Marinelli, di S. Nicola .
La splendida opera scultorea rappresentante S. Teresa pare sia opera di Cosimo Fanzago; il S. Francesco Saverio, di Gian Domenico Vinaccia e infine S. Antonio da Padova, del Marinelli.

Il paliotto e gli “Splendori”
VINACCIAUna delle opere più belle della Cappella, è senza dubbio il paliotto dell’altare Maggiore, tra i più noti capolavori del barocco napoletano, che rappresenta il ritorno delle reliquie del Martire a Napoli, dopo essere state “custodite” per lungo tempo a Montevergine.
Non tutti sanno che, inizialmente, l’incarico di realizzare il modello del paliotto fu affidato dalla Deputazione, nel 1684, a Domenico Marinelli. Questi, dopo pochissimo tempo, abbandonò a malincuore il prestigioso incarico poiché in quel tempo la Cappella, e con essa l’intera città, viveva un momento di ristrettezze economiche.
Il discorso fu ripreso solo otto anni dopo, quando il lavoro fu affidato a Giandomenico Vinaccia che in pochi giorni consegnò il modello della scena centrale: In primo piano cavalca l’arcivescovo di Napoli Alessandro Carafa con la cassetta delle reliquie di S. Gennaro, seguito da un corteo di prelati e cavalieri a cavallo. Accolgono l’arrivo delle reliquie la sirena Partenope e il fiume Sebeto che simboleggiano la città di Napoli. Infine l’eresia Protestante, di Lutero, viene calpestata dal cavallo, per sottolineare la vittoria della Controriforma sul Protestantesimo.
Alcuni dubbi si nutrono per le scene laterali, di fattura diversa e molto probabilmente di derivazione romana.
Probabilmente, il Vinaccia le aveva eseguite sui modelli in cera del Marinelli tratti dal disegno di Dionisio Lazzari.
Il Vinaccia nel suo Paliotto d’argento, ha fuso sublimemente quattro elementi: architettura, scultura, storia e fede.
Trionfo del barocco, sono i due giganteschi candelabri d’argento, conosciuti come gli “Splendori” che precedono la balaustra dell’Altare: opera del 1744 dell’argentiere Filippo del Giudice questi vennero eseguiti su disegno di Bartolomeo Granucci.

L’Altar Maggiore
Per l’Altare Maggiore, tra il 1702 e il 1706, furono presentati molti disegni di noti architetti, tra i quali prevalse il progetto di Francesco Solimena, ma a causa delle continue ristrettezze economiche che la Cappella si trovava ad affrontare, il progetto fu sospeso.
Il discorso fu ripreso solo nel 1719, quando durante un incontro con la Deputazione, il Solimena avanzò subito le sue condizioni: avrebbe creato un capo-altare di porfido ornato di cornici in rame per 15.000 ducati, ma la richiesta fu ritenuta eccessiva dalla Deputazione che non poteva permetterselo.
Marinelli e Santafede, cercarono immediatamente di approfittare della situazione presentando i loro progetti alla Deputazione ma il disegno del Solimena era molto più bello.
Dopo lunghe trattative si arrivò ad un accordo: Solimena avrebbe creato il capoaltare e Nicola de Turris avrebbe lavorato le cornici di rame.58
Il lavoro ebbe inizio, sotto la direzione dello stesso Solimena, ed il de Turris eseguì le cornici di rame e gli ornati d’argento, mentre Gaetano Sacco lavorò il porfido.
L’opera fu terminata il 30 aprile 1722 e da quel giorno, per molti anni, l’altare venne scoperto solo nelle grandi solennità, mentre ai giorni nostri è sempre visibile al pubblico.
Alle spalle dell’Altare sono custodite in cassaforte le reliquie di S. Gennaro: la teca con la ampolle e il busto d’argento dorato che Carlo II d’Angiò donò nel 1305 (primo millennio del martirio del Santo Patrono). Il meraviglioso busto medievale è opera di tre orafi provenzali e nella calotta della testa sono conservate le ossa del Santo.
Sulla cassaforte troviamo lo stemma della corona di Spagna con la scritta “Carolus II Hispaniarum Dei Gratia Rex 1667”.