La Storia del Santo

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a cura di Luciana De Maria

La Storia del Santo

San Gennaro, di cui esiste secondo la tradizione la casa a San Biagio dei Librai, attuale Palazzo Marigliano, ebbe un culto immediato e duraturo come si evince dagli scavi eseguiti nel 1971/73, dai risultati sorprendenti.
I suoi resti nel 432 d.C., erano stati trasportati nelle Catacombe da dove furono in parte trafugate.
Già nel VI, VII, VIII e IX secolo, erano state affrescate pareti con immagini del Santo.
Nel 1971 fu scoperto un altro affresco datato alla seconda metà del sec. IV dedicato al buon Pastore, nell’oratorio del Vescovo di Napoli Sant’Agrippino. Furono poi resi visibili gli affreschi del sec. VIII.
Realtà e mito si intrecciano da secoli intorno alla figura di San Gennaro. Questo ha reso più difficile ricostruirne la vita e le vicissitudini.
La lettura delle “Passiones”, costituisce il primo e più utile strumento per lo studio della vita dei martiri Cristiani.
Si tratta di racconti concepiti in ambito popolare con poca veridicità storica che venivano letti, a partire dal IV sec. circa, durante le funzioni notturne alla vigilia del giorno consacrato al martire.
Come tutte le Passiones, quindi, anche i pii racconti relativi al martirio di San Gennaro hanno dato notizie certe sulla vita del Patrono, ma hanno offerto anche spunti per la diffusione di leggende sulla sua vita e sulle circostanze della sua morte.
Una delle fonti più attendibili della “Passi Sancti Ianuarii”, è sicuramente quella dei cosiddetti “Atti Bolognesi” della fine del VI sec. inizi del VII.
La vita del santo e il suo martirio, secondo i testi citati, dovrebbe essere questa:
Ianuario nasce nel 272 d.C.; probabilmente la sua famiglia era nobile, difatti pare discendesse dalla “Gens Ianuaria”.
Questo indicherebbe il fatto che Gennaro non è un nome ma un cognome che indicava l’appartenenza ad un casato nobile.
Una antica tradizione gli attribuisce il nome di Procolo. Con certezza sappiamo che durante la persecuzione di Diocleziano contro i Cristiani, “Ianuario” era Vescovo di Benevento.
Proprio in quel frangente il Governatore della Campania, Draconzio, fece imprigionare molti tra i più fervidi cristiani, tra cui, i diaconi Sossio di Miseno e Procolo di Pozzuoli e i laici Eutichete ed Acunzio, persone conosciute per la loro integrità.
Si dice che l’allora Vescovo Ianuario fosse parente di Sossio e che, saputo del loro arresto, andò a trovarli per dare loro il suo appoggio spirituale. Probabilmente non si rese conto del rischio che stava correndo. Una volta che Timoteo, successore di Draconzio, seppe del suo arrivo diede ordine perché fosse arrestato. Insieme a Gennaro furono presi anche i suoi accompagnatori: il diacono Festo e il lettore Desiderio.
I tre furono rinchiusi nelle carceri di Nola, città dove Timoteo, avendo la sua residenza, poteva controllare i suoi prigionieri.
Il Vescovo Gennaro subì torture di ogni tipo; la più atroce fu quella di gettarlo nella fornace ardente da dove il Santo Martire uscì illeso.
Timoteo, sconvolto dall’accaduto, sottopose Gennaro alla tortura dell’Eculeo.
Il Santo fu fatto stendere e dalle due estremità, con funi che si arrotolavano su ruote di ferro manovrate da carnefici, il Suo corpo veniva “stirato”.
Anche stavolta la tortura non ebbe esito. Timoteo era così adirato, che il giorno seguente portò Gennaro con i due diaconi e i due laici nell’anfiteatro di Pozzuoli perché fossero preda delle fiere.
Arrivati lì con sommo stupore di tutti, le belve si prostrarono ai piedi del Santo.
Timoteo a questo punto, convinto che questi episodi fossero frutto di magie e incantesimi, li condannò tutti alla pena capitale.
Come pronunciò la sentenza fu colpito da una cecità improvvisa. Gennaro rivolto al Signore invocò la guarigione per Timoteo che riacquistò la vista; il prefetto, invece che arrendersi di fronte all’evidente prodigio, condannò Gennaro e i suoi compagni alla decapitazione.
Gli Atti Bolognesi citano con queste parole la sentenza di morte: “Condanniamo alla decapitazione il Vescovo Gennaro, i diacono Sossio e Festo, il lettore Desiderio che hanno confessato di essere cristiani, disprezzando i nostri decreti”.
Il Martirio avvenne il 19 settembre del 305 d.C. nei pressi della Solfatara di Pozzuoli.
In entrambe le “Passiones”, prima citate, si cercherebbe invano qualsiasi riferimento al sangue di Gennaro, preziosissima reliquia che diverrà il Suo attributo peculiare.
Sarà infatti il napoletano Paolo Regio, canonico del Duomo, a raccontare, nel libro “Le vite de’ sette Santi Protettori di Napoli”, di una pia donna di nome Eusebia1 che insieme ad altri Cristiani, raccolsero il sangue in due ampolle e seppellirono i resti mortali in prossimità del fondo Marciano, per sottrarli agli oltraggi e all’odio dei pagani.
Quando nel 313 sotto l’Imperatore Costantino finirono le persecuzioni dei Cristiani, furono esumati i resti del Santo che poi successivamente vennero portati nelle catacombe napoletane.
I venerati resti di San Gennaro restarono nelle catacombe di Capodimonte fino all’831 quando il Duca longobardo Sicone, arrivato a Benevento per assediare la città, si impossessò delle ossa del martire, quasi come fosse un bottino di guerra. In più le volle tenere con sé perché, essendo stato Gennaro Vescovo di Benevento, riteneva giusto che le Sue spoglie riposassero lì.
In seguito le spoglie furono portate dai Normanni a Montevergine. Il 13 gennaio 1497, ad opera del Cardinale Alessandro Carafa, le reliquie del Santo furono sottratte ai monaci di Montevergine e portate a Napoli.