Il Gran Teatro del Barocco a Napoli: un palcoscenico per Finelli

13
Mag
Il Gran Teatro del Barocco a Napoli: un palcoscenico per Finelli
16:30
13-05-15

Giuliano Finelli nacque a Carrara intorno al 1602, suo padre Domenico era un mercante di marmi, suo zio Vitale uno scalpellino.

Nascere in Lunigiana in quegli anni significava senz’altro confrontarsi da subito e costantemente con le immense cave di marmo bianco che disegnavano con ordine il paesaggio. Da quelle montagne, con impegno e dedizione si poteva strappare un lavoro, con talento e fortuna se ne poteva trarre un’arte: a Giuliano Finelli, che solo per pochi anni “ebbe tra bianchi marmi la spelonca per sua dimora”, toccherà in sorte di raccontare attraverso l’arte della scultura, la Cappella del Tesoro di San Gennaro della città di Napoli.

L’esordio di Giuliano in Cappella fu un manifesto di audace e vigorosa personalità ma, quasi in segno di simbolica reverenza, lo scultore si fermava fuori la porta e consegnava al popolo napoletano due opere potenti e affatto nuove: i monumentali marmi raffiguranti San Pietro e San Paolo che impetuosamente emergono dalle nicchie ai lati del portale d’ingresso. Lo scultore, a quel tempo più che trentenne, era ormai un artista maturo che andava mettendo a fuoco tutte le esperienze umane e professionali della sua vivace e notevole formazione (dai primi esercizi napoletani al fianco di Michelangelo Naccherino ai grandi cantieri romani sotto la direzione di Gian Lorenzo Bernini) filtrate attraverso la sua personale e lucida osservazione delle cose.

Il portato di modernità dei due apostoli in pietra fu colto prontamente dai Deputati della Cappella che assegnarono al nostro l’esecuzione della teoria di santi, stavolta in bronzo, che oggi popolano la tribuna della Cappella.
Perfettamente in grado di declinare il suo linguaggio artistico anche nelle diverse tecniche della modellazione e della fusione, Giuliano produrrà, proprio attraverso l’uso del metallo, un capolavoro corale e unito. Il bronzo concede composizioni formali e movimenti più sciolti e la qualità stessa della materia dona alle statue una luce vibrante e contrastata che unifica, con la sua carica espressiva e inquieta, l’edificio polifonico dei patroni di Napoli, diretti dalla prima voce di San Gennaro in cattedra.

L’accordo armonico così intelligentemente ottenuto, non si limita alle sculture ma si estende alle pitture di Domenichino, Lanfranco e Ribera con cui il consesso di santi in bronzo dialoga, rafforzando lo spirito unitario che governa la Cappella.

 

Elena Manocchio