Arte e Artisti

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Arte e Artisti

A cura di Luciana De Maria

Arte e Artisti

La nascita della Cappella
E’ l’8 giugno 1608 quando Monsignor Fabio Maranta benedice la prima pietra della nuova Cappella del Tesoro di San Gennaro.
Il progetto fu realizzato dall’architetto teatino Francesco Grimaldi, già conosciuto per aver progettato S. Maria Maggiore, La Sapienza, S. Maria degli Angeli e i Santi Apostoli; la Cappella di San Gennaro doveva seguire fedelmente i canoni dell’architettura barocca: pianta a croce greca, continua ricerca della centralità.
A costruzione avvenuta, tra il 1639 e il 1640, per dare il “benvenuto” a coloro che entravano nella Cappella, furono realizzate, dal noto scultore Giuliano Finelli, due statue in marmo raffiguranti rispettivamente i santi Pietro e Paolo, così da sottolineare la dipendenza della Cappella dalla Santa Sede.

Il cancello
Sul cancello d’ingresso si legge un’iscrizione che, tradotta dal latino, recita: “A S. Gennaro, al cittadino salvatore della patria, Napoli salvata dalla fame, dalla guerra, dalla peste e dal fuoco del Vesuvio in virtù del suo sangue prodigioso”.
La storia del maestoso cancello, è stata particolarmente complessa; l’inizio della sua costruzione avviene nel 1630, quando Cosimo Fanzago, scultore e architetto, ne consegnò alla Deputazione il disegno.
L’esecuzione del lavoro fu affidata ad Orazio Scoppa e Biagio Monte che avrebbero dovuto consegnare l’opera in ottone entro i successivi due anni; nel 1632, però, il cancello non era pronto. Ai due artisti furono concessi altri due anni e poi altri due, fin quando, nel 1638, la Deputazione non agì legalmente contro i due.
Nel 1640, il Cav. Fanzago sbloccò la situazione con la collaborazione degli ottonai Giacinto De Paola, Giovanni Mazzuolo, Bartolomeo Martinelli, Tommaso de Fusco e Gennaro Monte, figlio del più noto Biagio, che consentirono il felice completamento dell’opera.
Sempre Gennaro Monte, inoltre, nel 1665 consegnò alla Cappella i due busti di S. Gennaro da collocare sulla cima del cancello (San Gennaro bifronte), eseguiti su modello in creta dello stesso Fanzago.

Gli interni
La creazione della decorazione interna parte nel 1616, quando la Deputazione, per realizzare l’affresco della cupola, convocò l’artista romano Giuseppe Cesari, il quale, però, dopo soli due mesi, lasciò Napoli perché stanco del popolo che lo vedeva come uno “straniero”.
Al Cesari subentrò nel 1620 Guido Reni che, dopo pochi mesi, in seguito ad un attentato intimidatorio, abbandonò la Città.
Trascorsero altri tre anni, finché la Deputazione, nel 1623, affidò a Fabrizio Santafede, con la collaborazione del bolognese Francesco Gessi, la prosecuzione dell’opera. Dopo cinque anni, morto il Santafede, la Deputazione bandì un concorso aperto a tutti i pittori.
Data l’importanza e il prestigio del lavoro, molti pittori, tra cui Belisario Corenzio e Simone Papa, presentarono il loro progetto. A spuntarla su tutti fu, nel 1630, il bolognese Domenico Zampieri, al secolo: “Domenichino”. Fra le clausole del suo contratto, la più importante fu quella che gli faceva divieto di prendere altri impegni durante il suo lavoro in Cappella; ma in cambio, così come confermato da Gian Pietro Bellori, egli sarebbe stato trattato dalla Deputazione con “nobili conditioni”.

Gli affreschi e i dipinti
Nel 1638 il Domenichino iniziava la sua opera nella Cappella del Tesoro.
In dieci anni egli dipinse 25 episodi della vita di San Gennaro: tredici brani nei quattro sottarchi, tre lunettoni, i quattro pennacchi della cupola e cinque rami. Probabilmente l’artista, nel rievocare le storie di Santo Patrono di Napoli, si ispirò alla “Vita” del Santo raccontata da Paolo Regio.
Nei quattro pennacchi “raccontò”: il voto fatto dai napoletani nel 1527 per la costruzione della nuova Cappella; l’incontro di S. Gennaro con Cristo nella gloria celeste; la mediazione di Maria Immacolata presso il Divin Figlio; il patrocinio dei Santi Gennaro, Agrippino e Agnello Abate.
L’artista fu autore anche di cinque dei sei quadri (olio su rame) che sormontano gli altari laterali. Questi raffigurano: “Infermi e derelitti accorrono al sepolcro di San Gennaro, invocando il suo Patrocinio”; “San Gennaro risuscita un giovane e la madre corre ad abbracciarlo”; “una Pia donna prende l’olio dalla lampada che arde innanzi al Santo, per la guarigione di storpi e ciechi”; “La decapitazione di San Gennaro”; “Infermi invocano grazie al Santo”.
Il sesto dipinto è invece opera di Giuseppe de Ribera, detto “lo Spagnoletto”, e raffigura “San Gennaro illeso nella fornace ardente”.
C’è da dire che neanche la presenza del Domenichino, però, fu gradita ai Napoletani, soprattutto quando, l’artista, per svolgere il suo lavoro, fece distruggere le cose dipinte dal Battistello Caracciolo e Belisario Corenzio.
L’improvvisa morte del Domenichino, nel 1641, costrinse la Deputazione a trovare immediatamente un degno sostituto per finire la decorazione interna. In soli due giorni si ottenne l’adesione per il completamento della cupola da parte di Giovanni Lanfranco, già famoso per la cupola del Gesù Nuovo, per gli affreschi della Certosa di S. Martino e per quella della chiesa dei Santi Apostoli.
Nella cupola della Cappella di S. Gennaro l’artista raffigurò il Paradiso, opera ricca di figure al centro della quale appariva l’Eterno Padre; e nel primo cerchio il Cristo benedicente e S. Gennaro, mentre intercede per la città di Napoli.
Le immagini raffigurate dal Domenichino e da Lanfranco rappresentano una così meravigliosa fusione di fede e arte, da rendere gli affreschi della Cappella famosi in tutto il mondo.

Le sculture
Nel 1613, Tommaso Montani e Giandomenico Monterosso, avevano ricevuto dalla Deputazione l’incarico di fondere in bronzo quattro statue: S. Gennaro, S. Atanasio, S. Agnello e S. Tommaso d’Aquino. Nel 1620 erano pronte le prime due, più una terza, ad integrazione del progetto iniziale: S. Aspreno. Di queste, la più importante, quella di S. Gennaro, restò sull’altar maggiore finché, nel 1645, non fu sostituita dal S. Gennaro, in stile berniniano, di Giuliano Finelli.
Lo stesso Finelli nel 1638 aveva stipulato un contratto con la Cappella nel quale si impegnava a realizzare nel corso dei successivi quattro anni, ben diciassette statue (ridotte poi a quattordici e infine a tredici) e cioè S. Gennaro più dodici compatroni: S. Aspreno, S. Agnello, S. Tommaso d’Aquino, S. Severo, S. Atanasio, S. Agrippino, S. Eufebio, S. Andrea Avellino, S. Giacomo della Marca, S. Patrizia, S, Francesco di Paola, S. Candida e S. Biagio. Oltre a queste Finelli fu di certo l’autore di S. Domenico e, insieme a Domenico Marinelli, di S. Nicola .
La splendida opera scultorea rappresentante S. Teresa pare sia opera di Cosimo Fanzago; il S. Francesco Saverio, di Gian Domenico Vinaccia e infine S. Antonio da Padova, del Marinelli.

Il paliotto e gli “Splendori”
Una delle opere più belle della Cappella, è senza dubbio il paliotto dell’altare Maggiore, tra i più noti capolavori del barocco napoletano, che rappresenta il ritorno delle reliquie del Martire a Napoli, dopo essere state “custodite” per lungo tempo a Montevergine.
Non tutti sanno che, inizialmente, l’incarico di realizzare il modello del paliotto fu affidato dalla Deputazione, nel 1684, a Domenico Marinelli. Questi, dopo pochissimo tempo, abbandonò a malincuore il prestigioso incarico poiché in quel tempo la Cappella, e con essa l’intera città, viveva un momento di ristrettezze economiche.
Il discorso fu ripreso solo otto anni dopo, quando il lavoro fu affidato a Giandomenico Vinaccia che in pochi giorni consegnò il modello della scena centrale: In primo piano cavalca l’arcivescovo di Napoli Alessandro Carafa con la cassetta delle reliquie di S. Gennaro, seguito da un corteo di prelati e cavalieri a cavallo. Accolgono l’arrivo delle reliquie la sirena Partenope e il fiume Sebeto che simboleggiano la città di Napoli. Infine l’eresia Protestante, di Lutero, viene calpestata dal cavallo, per sottolineare la vittoria della Controriforma sul Protestantesimo.
Alcuni dubbi si nutrono per le scene laterali, di fattura diversa e molto probabilmente di derivazione romana.
Probabilmente, il Vinaccia le aveva eseguite sui modelli in cera del Marinelli tratti dal disegno di Dionisio Lazzari.
Il Vinaccia nel suo Paliotto d’argento, ha fuso sublimemente quattro elementi: architettura, scultura, storia e fede.
Trionfo del barocco, sono i due giganteschi candelabri d’argento, conosciuti come gli “Splendori” che precedono la balaustra dell’Altare: opera del 1744 dell’argentiere Filippo del Giudice questi vennero eseguiti su disegno di Bartolomeo Granucci.

L’Altar Maggiore
Per l’Altare Maggiore, tra il 1702 e il 1706, furono presentati molti disegni di noti architetti, tra i quali prevalse il progetto di Francesco Solimena, ma a causa delle continue ristrettezze economiche che la Cappella si trovava ad affrontare, il progetto fu sospeso.
Il discorso fu ripreso solo nel 1719, quando durante un incontro con la Deputazione, il Solimena avanzò subito le sue condizioni: avrebbe creato un capo-altare di porfido ornato di cornici in rame per 15.000 ducati, ma la richiesta fu ritenuta eccessiva dalla Deputazione che non poteva permetterselo.
Marinelli e Santafede, cercarono immediatamente di approfittare della situazione presentando i loro progetti alla Deputazione ma il disegno del Solimena era molto più bello.
Dopo lunghe trattative si arrivò ad un accordo: Solimena avrebbe creato il capoaltare e Nicola de Turris avrebbe lavorato le cornici di rame.
Il lavoro ebbe inizio, sotto la direzione dello stesso Solimena, ed il de Turris eseguì le cornici di rame e gli ornati d’argento, mentre Gaetano Sacco lavorò il porfido.
L’opera fu terminata il 30 aprile 1722 e da quel giorno, per molti anni, l’altare venne scoperto solo nelle grandi solennità, mentre ai giorni nostri è sempre visibile al pubblico.
Alle spalle dell’Altare sono custodite in cassaforte le reliquie di S. Gennaro: la teca con la ampolle e il busto d’argento dorato che Carlo II d’Angiò donò nel 1305 (primo millennio del martirio del Santo Patrono). Il meraviglioso busto medievale è opera di tre orafi provenzali e nella calotta della testa sono conservate le ossa del Santo.
Sulla cassaforte troviamo lo stemma della corona di Spagna con la scritta “Carolus II Hispaniarum Dei Gratia Rex 1667”.

Domenico Zampieri (pittore)
Domenico Zampieri, detto il Domenichino, (diminutivo dovuto alla statura minuta e alla timidezza), nasce a Bologna il 21 ottobre1581.
Ispirato dalla scuola pittorica di Ludovico Carracci, lo Zampieri è ricordato nella storia dell’arte italiana come uno dei più grandi interpreti e sostenitori delclassicismo.
Studente esemplare presso la scuola di DenjisCalvaert, viene cacciato da quest’ultimo perché sorpreso a riprodurre stampe di Agostino Carracci. Così, nel 1595 circa, il Domenichino si introduce nell’ “Accademia degli Incamminati” tenuta, in quegli anni, da Agostino e Ludovico Carracci; insieme a quest’ultimo, con Guido Reni e Francesco Albani, collabora alle decorazioni dell’oratorio di San Colombano, a bologna, realizzando la Deposizione nel sepolcro.
Nel 1601 si trasferisce a Roma con l’Albani per studiare le opere di Raffaello e collaborare con Annibale Carracci. Nel 1603 realizza il Cristo alla colonna (raccolta Hazlitt di Londra) e la Pietà di Brocklesby Park, in Gran Bretagna.
Nel 1604, a Roma, dipinge per il cardinale Agucchi la Liberazione di san Pietro nella chiesa di San Pietro in Vincoli. L’arte prediletta dal Domenichino, è l’affresco. Tra gli esemplari più suggestivi della sua arte durante il primo decennio del ‘600, troviamo: gli affreschi nella chiesa di Sant’Onofrio (1604-1605); la decorazione della Galleria di Palazzo Farnese (1604-1605) in cui dipinge la Fanciulla e l’unicorno (1604 – 1605) per la serie degli Amori degli dei, e tre paesaggi mitologici, tra cui La morte di Adone, nella Loggia del Giardino; la Flagellazione di sant’Andrea nell’oratorio della chiesa di San Gregorio al Celio (1608); le decorazioni di Palazzo Mattei a Roma, affrescando una Rachele al pozzo; affresca le Storie di San Nilo alla Cappella dei Santissimi Fondatori, nell’Abbazia di San Nilo a Grottaferrata (1608 – 1610); le Storie di Diana nel palazzo Giustiniani a Bassano di Sutri, presso Viterbo (1609).
Intorno al 1610 dipinge, su tavola, il Paesaggio con san Girolamo (Glasgow Art Gallery).
La decorazione, della cappella di famiglia di Pierre Polet, in San Luigi dei Francesi, è tra i primi lavori commissionatigli da privati senza l’ intervento della Chiesa, all’epoca “padrona” dell’arte; passano tre anni per terminare le Storie di santa Cecilia, e nel frattempo dipinge La comunione di san Girolamo per la chiesa di San Girolamo della Carità (dove Filippo Neri aveva fondato il suo oratorio) attualmente esposto nei Musei Vaticani. Nel 1615 realizza L’angelo custode per una chiesa di Palermo, ora al museo di Capodimonte di Napoli.
Su incarico di Giovanni Battista Agucchi (fratello del CardinaleGirolamo Agucchi), il Domenichino esegue una serie di paesaggi ad affresco nella villa Aldobrandini a Frascati (1616 – 1618), tra i quali le Storie di Apollo (National Gallery di Londra) e nel frattempo affresca nel Duomo di Fano, le Storie della Vergine nella Cappella Nolfi.
Nel 1617 il Cardinale Pietro Aldobrandini commissiona il dipinto la Caccia di Diana perché fosse posta nella sua galleria tra le opere di Giovanni Bellini, Tiziano e Dosso Dossi.
Scipione Borghese lo volle però per sé e lo fece prelevare con la forza dallo studio del pittore, che fu trattenuto per alcuni giorni in prigione. Nel 1618 lo Zampieri, (dopo essersi fermato a Bologna per eseguire la pala della Madonna del Rosario) torna a Fano.
Nel 1621 rientra a Roma ed è nominato architetto generale della Camera Apostolica, ma non progetterà alcun edificio; nel 1622 ottiene l’incarico di affrescare i pennacchi ed il coro della chiesa di Sant’Andrea della Valle, e qualche anno dopo, di dipingere le storie della vita del santo nell’abside.
Domenichino dedica sei anni all’opera, e contemporaneamente realizza molte tele: due Storie di Ercole (Louvre), la pala d’altare della Conversione di San Paolo (Volterra), per San PietroIl martirio di San Sebastiano (1625-1630), ora in Santa Maria degli Angeli, e il Martirio di san Pietro Martire. Nel 1623 inizia il Rimprovero ad Adamo ed Eva, che sarà donato dall’architetto André le Nôtre a Luigi XIV nel 1693.
Nel 1628 lavora sugli gli affreschi di San Carlo ai Catinari che termina nel 1630.
Il 23 marzo del 1628 accetta l’incarico di affrescare gli interni della Cappella del Tesoro di San Gennaro offertogli dai Deputati della Cappella. Contrastato da artisti come Belisario Corenzio, Jusepe de Ribera e Battistello Caracciolo e ingiustamente non apprezzato dal Viceré, nel 1634 abbandona la città per Frascati. I Deputati del Tesoro di San Gennaro fanno di tutto per far tornare il Domenichino, ed è così che nel 1635 torna a Napoli per continuare il lavoro.
Purtroppo il suo lavoro a Napoli restò incompleto. Muore il 6 aprile 1641.

Francesco Solimena(pittore)Vai a: Navigazione, cerca

Tra i più grandi interpreti dell’arte tardo-barocca in Italia, nasce a Canale di Serino il4 ottobre1657. Si forma presso la bottega del padre Angelo a Nocera Inferiore;trasferitosi a Napoli, inizia a conoscere, ispirandosi a questa, l’arte di Luca Giordano e quella di Mattia Preti.
Tra il 1670 e il 1680, in collaborazione con il padre, realizza Il Paradiso nella cattedrale di Nocera, e la Visione di San Cirillo d’Alessandria nella chiesa di San Domenico a Solofra.
Dopo il 1680, le sue opere iniziano a denotare un netto distacco dalla pittura barocca.
Esempi possono essere gli affreschi di San Giorgio a Salerno, e le tele delle Virtù della sacrestia di San Paolo Maggiore a Napoli. Nella tela di San Francesco rinunzia al sacerdozio nella chiesa di Sant’Anna dei Lombardi (1691-1692) è invece evidente l’influenza di Mattia Preti.
Lo stile pittorico nuovo, è maggiormente evidente ne La cacciata di Eliodoro dal tempio al Gesù Nuovo e negli affreschi della cappella di San Filippo Neri ai Gerolamini.
Nel 1728 realizza una tela raffigurante il Cardinale Michele Federico Althann (commissionario dell’opera), nell’atto di offrire all’imperatore d’Austria Carlo VI il catalogo della pinacoteca imperiale.
Dal 1735 lavora per le maggiori corti europee, come ad esempio nei dipinti realizzati nella Reggia di Caserta su committenza di Carlo di Borbone.
Muore a Napoli il 5 aprile 1747, ed i suoi resti sono conservati all’interno della chiesa di San Domenico. Fra i suoi illustri allievi, spicca il nome diAntonio Vaccaro.

Jusepe de Ribera (pittore)
Passato alla storia come lo Spagnoletto(probabilmente per la sua bassa statura), nasce a Xàtiva, Spagna, il 17 febbraio 1591 ed inizia a muovere i primi passi da artista presso la bottega di Francisco Ribalta.
Affascinato dall’artista italiano Michelangelo Merisi (Caravaggio), nel 1611 parte per l’Italia. Cremona, Milano, Parma sino a giungere a Roma, dove l’artista entra in contatto con la pittura di Reni e di Lodovico Carracci. Ma per conoscere la parte più dolorosa dell’arte del Caravaggio, si recò a Napoli. Dopo soli tre mesi di soggiorno sposa la figlia dell’anziano pittore e “guappo” dei quartieri spagnoli Giovan Bernardo Azzolino
In pochi anni lo Spagnoletto, grazie a opere di ineguagliabile bellezza, come ad esempio il Sileno Ebro (1626, oggi a Capodimonte) ed Il Martirio di Sant’Andrea (1628, al SzépmüvéretiMuzeum di Budapest), l’Adorazione dei Pastori (oggi al Louvre), il Matrimonio mistico di Santa Caterina (MetropolitanMuseum di New York) e alle tante opere sparse nei maggiori musei del mondo, acquista una fama internazionale. Tra le Sue opere più significative resta senza dubbio il “San Gennaro illeso nella fornace ardente” nella Cappella del Tesoro di San Gennaro (altarino laterale).
Jusepe de Ribera muore il 2 settembre 1652 ed è sepolto nella Chiesa di Santa Maria del Parto a Napoli.

Giovanni Gaspare Lanfranco (pittore)
Nato a Parma il 26 gennaio1582, si distingue per grande talento artistico.
Inizialmente segue le orme di Agostino Carracci e alla morte di questi, si reca a Roma alla scuola di Annibale Carracci. Il Maestro gli affida la decorazione, con affreschi e tele riportate, di un camerino detto degli Eremiti. Oltre alla decorazione della Cappella Herrera in San Giacomo degli Spagnoli, (1602 – 1607), eseguita insieme con altri “carracceschi”, sotto la direzione di Annibale, è impegnato accanto a Guido Reni nella Cappella di Sant’Andrea (1608). Dipinge inoltre per la chiesa di Santa Silvia, in San Gregorio al Celio (1609), per quella dell’Annunziata (1610) ed insieme con Sisto Badalocchio, pubblica un volume di incisioni delle Logge di Raffaello, dedicato al maestro di entrambi Annibale Carracci.
Tornato a Parma, nel 1610, realizza il Gesù Salvator mundi in gloria adorato da angeli e santi per l’altar maggiore della chiesa parmense di Ognissanti.
A Roma dal 1612, affresca i soffitti in tre stanze di palazzo Mattei,e le decorazione della cappella Buongiovanni in Sant’Agostino (1616). Dopo il lavoro al Palazzo del Quirinale e soprattutto a seguito delle partenze di Guido Reni nel 1614, di Francesco Albani e del Domenichino nel 1617, Lanfranco diviene l’artista preferito di Papa Paolo V ma, dopo pochi anni, Papa Gregorio XV, preferisce affidare incarichi ufficiali al Guercino e al Domenichino. Ciononostante Lanfranco nel 1621 dipinge la Cappella del Crocifisso in Santa Maria in Valliccella,mentre fra il 1625 ed il 1627 esegue gli affreschi della cupola di Sant’Andrea della Valle, tra i suoi più grandi capolavori.
Il nuovo papa, Urbano VIII, si avvale della sua opera per la basilica di San Pietro: nel settembre del 1628 fu scoperto il grande affresco con San Pietro che cammina sulle acque (ora frammentario) che gli frutta la nomina a Cavaliere dell’Ordine di Cristo da parte del pontefice. Tra il 1633 e il 1634, viene chiamato a Napoli dai Gesuiti ed in poco più di un decennio esegue un’imponente serie di affreschi nelle più importanti chiese della città: dalla cupola del Gesù Nuovo (1634 – 1636) con l’annesso Oratorio dei Nobili a quella del Tesoro di San Gennaro (1641 – 1643), dall’interno dei Santi Apostoli (1638-1646) alla volta della navata maggiore di San Martino (1637 – 1638) al coro dell’Annunziata (perduto)” (Novelli 1966).
Rientrato per l’ultima volta a Roma nel 1646, affrescò il catino absidale della chiesa di San Carlo ai Catinari. Il Lanfranco muore a Roma il 30 novembre1647

Giovan Domenico Vinaccia (Architetto)
Architetto, ingegnere, scultore e orafo, nasce a Massa Lubrenseil 13 marzo1625.
Fu allievo di Dionisio Lazzari ed è senza dubbio è tra i più grandi artisti del ‘600 italiano.
La sua prima opera sono gli stalli del coro della Basilica di San Pietro ad Aram del 1661.
Nel 1664 inizia la lavorazione del paliotto sull’altare maggiore della Cappella del Tesoro di San Gennaro.
Realizza inoltre: i reliquari per la Chiesa del Gesù Nuovo, il disegno dell’altare maggiore della Chiesa di Sant’Anna dei Lombardi (eseguito successivamente dai fratelli Ghetti), il rifacimento della facciata della Chiesa del Gesù Vecchio, il pavimento e decorazioni della Chiesa di Santa Maria Donnaregina Nuova , l’altare nella Chiesa di San Giuseppe dei Ruffi, la decorazione marmorea nella Chiesa di Sant’Andrea delle Dame. Muore a Napoli nel luglio del 1695.

Cosimo Fanzago (scultore e architetto)
Nasce il 12 ottobre nel 1591 a Clusone.
E’ stato scultore e architetto attivo soprattutto a Napoli, dove sperimenta, con successo, una originalissima versione del barocco, fatta di ricchissimi intarsi di marmi colorati.
Nel 1647, subito dopo la rivolta di Masaniello, abbandonò Napoli per un breve periodo e si reca a Roma, dove restaura le chiese di San Lorenzo in Lucina e Santa Maria in Via Lata. Tra le sue moltissime opere si segnalano guglie, cappelle, altari, chiese, conventi, palazzi.
Tornato a Napoli realizza i due cappelloni di S. Ignazio e S. Francesco Saverio nel Gesù Nuovo, i due cappelloni del transetto della chiesa del Gesù Vecchio con le statue di Geremia e David, vari lavori alla chiesa e al chiostro della Certosa di San Martino (forse il luogo dove traspare maggiormente il suo stile e il barocco napoletano ), le facciate delle chiese di Santa Maria di Costantinopoli, S. Giuseppe a Pontecorvo, S. Maria degli Angeli alle Croci, S. Teresa a Chiaia, la Basilica della Madonna dei Miracoli, Andria, provincia di Barletta-Andria-Trani, la Basilica di Santa Maria Egiziaca a Pizzofalcone, a pianta centrale, che ispirò poi Sant’Agnese in Agone di Borromini, la chiesa di Santa Maria Maggiore a Napoli (detta ‘la Pietrasanta’), la chiesa di San Giorgio Maggiore, la nuova decorazione dell’Abbazia di Montecassino (distrutta nella Seconda Guerra Mondiale e parzialmente ricostruita), la Guglia di San Gennaro(1660), prototipo di numerosissime realizzazioni analoghe a Napoli e in tutta l’Italia meridionale, la cancellata della Cappella del Tesoro nel Duomo di Napoli, gli altari maggiori di San Domenico Maggiore, San Pietro a Majella, Ss. Severino e Sossio,un altare in marmi policromi nella Chiesa parrocchiale di Soveria Mannelli, proveniente dall’Abbazia di Santa Maria di Corazzo, giudicato monumento nazionale nel 1910, L’altare del Sacramento nella Cattedrale di Palermo, la cappella Firrao a S. Paolo, la cappella di S. Teresa a S. Teresa agli Studi, la cappella Cacace a S. Lorenzo
I palazzi Zervallos e Stigliano, Palazzo Carafa di Maddaloni, il cosiddetto Palazzo di Donn’Anna a Posillipo, il cappellone di Sant’Antonio in San Lorenzo Maggiore a Napoli, Restauro del Complesso di San Gaudioso, Fontana del Sebeto, la chiesa S.Maria di Costantinopoli, a via Costantinopoli, insieme alla quale viene architettato anche un convento (ma quest’ultimo da Giuseppe Donzelli, detto Fra Nuvolo), che oggi è divenuto una scuola statale, la statua in marmo di S. Ignazio di Loyola nella chiesa dei Gesuiti fino alla sua demolizione ottocentesca e attualmente nella cappella Marincola-Cattaneo al cimitero a Catanzaro.
Muore a Napoli il 13 febbraio 1678 ad 87 anni.